Month: marzo 2018

Lettera aperta al prof. Giuseppe Limone. Anni di Liceo

di Giuseppe Diana

Aversa, 24 novembre 2012

Illustre Professore (Caro Peppe), Ti confesso che, apprendendo il Tuo desiderio ch’io ricordassi gli “anni di liceo”, subito ho pensato che mi stessi facendo uno scherzo da prete, ma, conoscendoTi… laico, ho dismesso il cattivo pensiero e accolgo, davvero con piacere, il Tuo invito a rimembrare, insieme a vecchi compagni di scuola e nuovi amici, quegli straordinari anni scolastici: che nostalgia, poiché “or non è più quel tempo e quell’età”! Tu mi dirai, col sorriso sornione che Ti ritrovi: “Ma è il ricordo della nostra gioventù, che – ahinoi! – non torna più, a procurarti un po’ di malinconia”. No, amico mio, non mi fa velo il rimpianto per quello che eravamo e non siamo più, ma solo la constatazione che, potendolo, rivivrei il bel tempo degli anni verdi alla stessa e identica maniera, non foss’altro che per poter gustare quella indicibile voglia di domani che ci alimentava giorno per giorno, consolidando dentro di noi la fiducia in un futuro migliore.

Si tratta di qualcosa di cui prendevamo coscienza col trascorrere del tempo, laddove oggi la si vede scemare sempre più nel cuore dei nostri giovani, il cui slancio vitale non si manifesta generosamente in direzione di ciò che bello, impegnativo, difficile, ma esaltante, ci vedeva attivi, sia pur “ansanti e rosei come dopo una corsa per salire il colle”! Proprio questa complessa congiuntura attuale, toccataci in sorte, consiglia che per il bene comune si deve investire sulla gioventù e non rubare la speranza alle generazioni giovani, trasformando la loro fame di futuro in un futuro di fame. Ai ragazzi bisogna trasmettere il messaggio che non vi sono scorciatoie facili nel percorso esistenziale, ma che, per raggiungere gli obiettivi che si prefiggono, devono imparare a caricare il sapere di una responsabilità etica che, oramai, è nei fatti e imprescindibile.

 

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Amiamo la stessa Dea

di Dino Arbolino

“Guarda che il Professor Limone ti sta cercando…” Negli ultimi giorni numerosi messaggi di tal tenore mi sono giunti al punto che, trafelato, ho provveduto a recuperare il numero di cellulare del Nostro da conoscenti comuni.

Con sussiego, direi quasi col malcelato timore che il mio ritardo potesse avergli procurato fastidio, telefono al Professore con una discreta quota d’ansia.

Ed ecco la meraviglia che si ripete: la sua voce, specchio del suo cristallino spirito, è cheta e mi placa, balsamo per un’anima come la mia traviata dagli affanni quotidiani.

Io non starò qui ad addentrarmi in commenti e considerazioni elegiache se non mielose, né tanto meno mi inerpicherò lungo impervi sentieri di spericolate o ardite analisi tecnico-teoriche che concernono la sua lirica; nel primo caso, non avrei l’anima avvezza a tali affettati arzigogoli; nel secondo, mi sentirei troppo presuntuoso per le mie modeste conoscenze. Mi sia consentito, però, di spendere qualche verace pensiero circa il legame che sento con la Poesia del Professore; una sorta di filo dionisiaco che ci lega: amiamo la stessa Dea, ma non proviamo gelosia alcuna, tutt’altro!

La sua poesia mi rende felice, mi spalanca l’anima ed è come se qualcuno venisse ad aprire le finestre del mio spirito e vi facesse entrare mille raggi di sole! Anche quando la sua lirica tocca tematiche più prossime alla sfera emotiva rispondente alla malinconia, alla tristezza o quando lambisce argomenti di natura storico-letteraria, mai la sua poesia si avviluppa su se stessa, anzi, ne viene fuori a ogni ora con una cadenza sinusoidale e uno slancio che mai appesantisce la lettura. Persino quando essa diviene quasi ermetica, ne viene fuori un filo che accompagna la lettura e la rende piacevole. In Ritroverò un’estate si coglie un meraviglioso caleidoscopio di immagini che fanno riferimento alla natura più ancestrale, la cadenza di ogni battuta si dipana lenta ma non stanca, lasciando al lettore la visione di un orizzonte in cui al contempo può perdersi e ritrovarsi, senza smettere di sognare.

Lo ritroviamo alquanto criptico nella meravigliosa Sogno dal vero, dove le immagini che ci appaiono sono scarne, ancorché efficaci nel rendere la liricità di una serpeggiante inquietudine.

Mi sia consentita come chiosa un ringraziamento al Nostro, con l’auspicio che l’autenticità e la sferzante eleganza della sua lirica ci possa ancora accompagnare a lungo, in un viaggio senza tempo, mano nella mano con la nostra amatissima Dea.

 

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Il tempo della poesia, la pazienza del poeta: il mio incontro con Giuseppe Limone

di Giuseppe Bagno

Ho conosciuto Giuseppe Limone come poeta prima che come filosofo e pensatore. Avevo 14 anni e mi trovai tra le mani un suo libro di poesie con una sua dedica molto speciale: «A Giuseppe che spero di reincontrare».

Sembrava un monito di speranza, un’attestazione di fiducia nei miei confronti.

Mi ricordo che a quei tempi avevo da poco iniziato a scrivere poesie: piccole liriche, che spesso lasciavo qua e là impresse su fogli di carta volanti, che spesso e volentieri perdevo. Quella dedica, però, fu per me il seme di una stima e di un’amicizia che col tempo, crescendo, avrebbe potuto germogliare, un confronto tra il maestro e un allievo, dove però il maestro in modo garbato si metteva a disposizione del suo allievo.

Sono passati quasi dodici anni e ancora adesso conservo gelosamente la mia preziosa copia autografata di quella raccolta.

Quelle pagine costituiscono per me non solo un ricordo, ma una fonte di ispirazione continua a cui poter attingere, perché come lui stesso mi disse, in un altro dei nostri tanti momenti di contatto che si sono succeduti in questi anni, «un testo irradia una testimonianza di chi si è sepolto in quella scrittura».

Giuseppe Limone si era sepolto in se stesso per poter un giorno far brillare le sue liriche che per anni avevano vissuto nel buio.

Ed è stato così che, in occasione della lunga kermesse di omaggio alla sua figura di uomo, di filosofo, oltre che di poeta, scelsi di leggere una sua poesia d’amore, Non so, che racconta del tentativo timido di un uomo di confessare il suo amore a una donna lontana e irraggiungibile. Quella poesia per me rappresenta il culmine della cultura e della vita di una persona che si dà all’oggetto desiderato in tutto e per tutto, in maniera incondizionata.

E io, un po’ come lui, mi ero sepolto nelle sue poesie per attingere da esse conforto e ispirazione.

Il tutto fatto sempre con pazienza e con spirito compassato, perché come dice sempre il buon Professore: «alle volte per scrivere anche un solo verso buono ci vogliono vent’anni, ci vuole pazienza», quella stessa pazienza che purtroppo molti giovani oggi non hanno o credono di non avere.

Ci vuole tempo per ogni cosa…, soprattutto per la bellezza.

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