Numero 2 del 2016

A Giuseppe Limone, al suo viaggio

di Maria Teresa Ciammaruconi

Mio caro Giuseppe, a volte penso di odiarti.

Eh sì, perché io ho speso la vita a mascherare sentimenti, a economizzare sulle parole, a cercare mediatori stilistici per sdoganare almeno le emozioni più prepotenti ed ecco che arrivi tu nella sfrontata innocenza dei capelli bianchi, accompagnato da schiere di angeli che ti sorridono scortandoti nell’ascensione al monte Carmelo e ti guidano poi nella discesa attraverso la babele delle città.

Ma ecco che tra i palazzi e gli incroci, dopo avere pensato di avere scelto strade lontane dalle tue, ti ritrovo.

Quanto le abbiamo amate le città! Creature meticcie (le chiameresti) di storia millenaria, congerie generata dall’incontro di piccole storie vive e incommensurabili, invisibili eppure necessarie, tutte. Perché la conosciamo bene la potenza dell’invisibile e tu consumi la tua ventura come un cavaliere antico, sul confine, dove veglia l’angelo…: visibile/invisibile/; vita/morte; finito/infinito; umano/divino. Stai là sul tuo cavallo di utopie, pronto a infrangere le convenzioni perché il confine non sia separazione da subire, ma dono divino dove rendere onore al miracolo del contatto.

Onore. Ecco una parola che ritorna nel tuo viaggio, per te pietra miliare inevitabile, impossibile per me che l’ho relegata tra le specie in via di estinzione. L’ho ritrovata la parola onore, da poco, in una lettera di mio nonno, cavaliere di Vittorio Veneto. Ecco, io non avrei mai osato un termine che mi riportasse sulle trincee del Carso. Ma per la strada lungo la quale ti seguo a distanza, inciampo in un vaso di coccio, piccolo come quello in cui si custodiva il lievito del pane e lì ritrovo il tuo Onore. È un piccolo ventre sopravvissuto al crollo delle città e delle civiltà, nella steppa delle libertà senza valori, salvato dal contagio del male che ha portato al banco dei pegni il futuro/ e i bambini/ in cambio del presente. Il tuo Onore è pronto a reimpastarsi nella massa infida degli eventi che ci è dato vivere, fiducioso di rinnovata fecondità e incendiaria palingenesi.

 

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La dignità del pensare

di Olimpia Ammendola

Giorni fa, in una scuola elementare di Grumo Nevano, un bambino di 10 anni, alla domanda “Perché è necessario studiare”, ha risposto: perché così posso fare il giro del mondo.

È una risposta che colpisce non solo perché insolita, ma perché contiene, dal mio punto di vista, un’ambivalenza interpretativa: o dimostra la consapevolezza che lo studio non è più garanzia di mobilità sociale come 20 o 30 anni fa oppure i bambini sono capaci, travalicando in tal modo le nostre aspettative, di cogliere l’essenza della cultura che altro non è che l’aprirsi al mondo.

Che cos’è il viaggio se non la metafora della conoscenza che nel Novecento ha perduto la sua caratteristica di accumulo progressivo e avaro di nozioni per definirsi come un percorso dal noto all’ignoto? I bambini che, secondo la felice intuizione di Giuseppe Limone, non sanno di sapere, hanno colto che incamminarsi sulla strada del sapere non significa ridurre l’ignoto, come è stato invece prospettato a noi quando frequentavamo la scuola elementare dei programmi Ermini, ma significa probabilmente imparare a battere sentieri non esplorati. È per questo che i bambini di oggi, immersi in questo tempo dove la velocità è un fattore strutturale, dove le conoscenze declinano rapidamente, dove la provvisorietà è divenuto un valore costante, ci pongono una domanda di senso. Il monito di Montaigne, meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, ci torna utile in un’epoca in cui la ragione calcolante ha svilito il valore della saggezza e la nostra scuola, benché eternamente riformata, continua a proporre una cultura frammentata, segmentata, dove le antiche opposizioni tra scienza e filosofia, tra matematica e letteratura, tra tecnica e poesia, sono ancora più radicalizzate e irrigidite. Eppure nell’ormai lontano 1920, Husserl nella conferenza sulle scienze europee, avvertiva l’urgenza di rivalutare la funzione arcontica della filosofia, si richiamò alla saggezza degli antichi greci per riprenderci quell’orizzonte di senso che si avvertiva sempre più sbiadito o pericolosamente opacizzato.

 

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Pensieri per un amico

di Valentino Petrucci

Potrei dire tante cose del professor Limone, sforzarmi di illustrare uno dei suoi tanti aspetti della sua attività speculativa allo scopo di comprenderlo, di decifrarlo. In fondo, questo convegno – ogni convegno – ha per definizione sempre questo obiettivo: chiarire, portare alla luce gli elementi costitutivi e permanenti di una personalità. Un po’ come i “grammi d’oro” della memoria letteraria. Non lo farò, non lo farò perché sono convinto che ogni tentativo di sintesi, di riduzione e di semplificazione sia inadeguato e finisca per illustrare la personalità di chi parla, piuttosto che la personalità di colui di cui si dovrebbe parlare. Merleau-Ponty diceva che l’essere umano – ogni essere umano – è talmente complesso che non basta una vita per conoscerlo fino in fondo, per tracciarne le linee di contorno. Avendo rinunciato a questa sfida impari, almeno per me, spiegare Giuseppe Limone a chi non lo conosce, mi si è presentata un’altra scala: quella aneddotica. Con Giuseppe ci conosciamo da trent’anni: quanti episodi, quante vicende, quanta memoria condivisa! Ma non seguirò neanche questa strada. Troppi “mi ricordo” e troppi “c’era una volta”, quindi si rischierebbe di cadere nel patetico. Questo è un Convegno, non un raduno per reduci. Non un consesso di commilitoni attanagliati dalla nostalgia. In conclusione, mi limiterò a presentare e ascoltare, senza però rinunciare al privilegio di chi immeritatamente presiede o meglio siede al centro e dà la parola, scandendo il tempo degli interventi.

Questo privilegio, arbitrario come tutti i privilegi, consiste nel dire una parola, una parola sola sull’opera del professor Limone, ma non quelle essenziali. È indispensabile dire quello che semplicemente più mi piace estrapolare da quest’opera: i suoi aforismi. Giuseppe Limone come scrittore di aforismi. Secondo Heidegger, gli aforismi delimitano l’essenziale. E l’essenziale del professor Limone, ne sono convinto, noi lo troviamo lì, nelle sue raccolte di aforismi. È lì che viene fuori l’impegno civile, l’ironia, la filosofia direi militante e il disincanto di chi ha molto visto e molto letto. Ne cito qualcuno: «Quando viene il tempo delle lettere maiuscole, ci aspettano tempi minuscoli».

 

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Un pezzo della nostra storia

di Giuseppe Dell’Aversana

Sono cresciuto in via Giuseppe Limone e per anni ho scritto e pronunciato questo nome insieme ai miei dati anagrafici e ogni volta come un’eco rimbomba nella mia testa, riportandomi istintivamente a qualcosa di familiare. Il destino mi ha legato a esso e lo conservo dentro come un’ostrica conserva una perla. Incuriosito dalla toponomastica, ho seguito le tracce della vita di questo illustre concittadino e mi sono ritrovato nelle braccia della storia santarpinese, lasciandomi avvinghiare senza più staccarmene.

L’avvocato Giuseppe Limone, uomo di profonda cultura, per quarant’anni segretario comunale di Sant’Arpino, era nonno paterno del nostro contemporaneo. Egli visse all’inizio del secolo scorso operando intensamente per il bene pubblico con onestà e generosità, sorretto da una fede colta e inossidabile. Alla sua morte, avvenuta nel 1927, tale fu la costernazione generale che il comune di Sant’Arpino dichiarò il lutto cittadino. Sia nel secolo Ottocento che nel Novecento, diversi membri della famiglia Limone hanno svolto un ruolo importante nel campo civile e religioso, contribuendo non poco alla crescita della nostra collettività. Per tale ordine di ragioni, la storia degli ultimi due secoli di Sant’Arpino è fortemente intrecciata con la vita di questa famiglia. Lo stesso Peppe, attraverso il suo intenso impegno politico, ha lasciato tracce indelebili nella storia politica ed amministrativa del nostro territorio. Sono ancora impresse nella memoria collettiva del paese le battaglie da lui condotte per la legalità, per il rispetto delle regole, per la difesa dei più deboli, la sua inattaccabile onestà, la sua passione civile, le sue battaglie per la sistemazione urbanistica del territorio in un tempo in cui l’abusivismo era la regola. L’esperienza politica di Peppe Limone, come una cometa, ha solcato il cielo della politica portando una luce nuova che indicava una strada diversa. Con la sua militanza politica ha contribuito a far radicare nella nostra cittadina un tessuto sociale sano, a far crescere un dibattito politico virtuoso ove la sua cifra politica limpida, intransigente e inavvicinabile per intensità e passione ha lasciato echi nelle coscienze di tanti di noi. La sua filosofia della politica è stata concreta, operativa e per molti di noi è stato faro nelle tenebre e punto di riferimento inossidabile.

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Antigone e il Pifferaio magico

di Osvaldo Sacchi

L’Antigone di Giuseppe Limone Tra i topoi che meglio caratterizzano la poliedrica, multiversa e scientificamente “transdisciplinare” personalità di Giuseppe Limone c’è sicuramente Antigone e il suo logos che per noi ricercatori e docenti del Dipartimento di Giurisprudenza della Seconda Università degli Studi di Napoli significa anzitutto i Quaderni di Antigone, pubblicazione periodica giunta ormai alla ottava annualità (in nove tomi).

Nell’incipit dell’introduzione al numero di apertura che data 2006, Giuseppe Limone proclama la nostra età, questa parte di terzo millennio che ci riguarda, come età dei diritti. Un’età dei diritti che viene definita ancora una volta Era di Antigone. Ma di quale Antigone parliamo? Quella di Sofocle, dell’orgogliosa Atene che vinse i Persiani e vide l’ascesa e la decadenza del tempo di Pericle? Quella della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, potente edificatore dello Stato di diritto? Quella di Jean Anouilh, un’Antigone incapace di opporsi al governo di Vichy e connivente con i tedeschi che marciarono col passo dell’oca sotto l’Arco di Trionfo a Parigi? Quella di Bertold Brecht, vittima impotente e rassegnata della violenza dei signori della seconda guerra mondiale?

No. Ci dice Giuseppe Limone che la nostra Antigone è quella dei diritti da proteggere contro il potere per trovare un fondamento (ideologico e dialettico) che consenta di misurarci con l’idea di un “diritto naturale” scolpito nella res del cosmo, che è anche il cosmo dei diritti inalienabili scolpiti nella res di ogni persona. Qualcosa da intendere quindi in un modo radicalmente nuovo che sappia andare oltre ogni vulgata costituita e oltre ogni connotazione più o meno confessionale. Qualcosa insomma che sia in grado di porsi come antagonista, appunto come un’ “Antigone”, contro ogni sistema pensato troppo presto.

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